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Giovedì 18 Agosto 2011 11:27

Salve, la sua storia affascinante dai primi uomini a Roma antica. “Archeologia del Salento”

Scritto da Francesco Greco
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C’è una generazione di giovani, appassionati ricercatori che un bel giorno hanno deciso di indagare la memoria del passato, far rivivere le identità sovrapposte, sedimentate, mettere a nudo le radici di una terra al fondo misteriosa che emana una magia inafferrabile, un’energia e un magnetismo senza nome. Entusiasmo e tenacia sono un mix necessario di cui dotarsi per non fermarsi davanti alle infinite difficoltà, in una terra, il Sud, dove la ricerca è affidata alla passione dei volontari, che pure sono capaci di sviluppare il 95% di quel che poi finisce nelle pubblicazioni. Difficoltà aggirate con intelligenza attraverso il fare rete, coinvolgere cioè altri studiosi sino a creare una vera e propria ragnatela virtuosa che agisce in sinergia e che rappresenta, è la realtà, l’eccellenza di un territorio...

   A questa community appartiene di diritto Nicola Febbraro, che è nato a Salve (Lecce) nel 1976 e che nel 2006 si è laureato in Archeologia all’Università del Salento e da allora ha partecipato a numerose campagne di scavi, In Italia e in Francia (Montpellier). Lo studioso firma “Archeologia del Salento” (Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione), prefazione di Elettra Ingravallo, Libellula Edizioni, pp. 310, € 30. Diciamolo subito: la ricerca (appena presentata a Palazzo Ramirez), durata dal 2001 al 2011, lascia basiti per la quantità di notizie che propone, avvalendosi anche di una folta bibliografia ai cui autori Febbraro rende omaggio e che va da Paolo Preziosi a Giuliano Cremonesi, dagli australiani J.P, Descoudres ed E. Robinson che scavarono ai “Fani” dall’87 al ’91, Norman Mommens e Patience Gray, Antonio e Francesco Piccinno, archeologi ugentini, sino agli storici “indigeni” Aldo Simone, autore di una monografia in parte datata (“Salve, storia e leggende”) e Gino Meuli (“Alla ricerca del tempo perduto”, Grifo 2010), gli artisti Marcello Fersini e Vito Russo autori di preziosi disegni inseriti fra le pagine, che si avvale di un corredo fotografico ricavato anche da riprese dall’alto di grande impatto visivo quanto emotivo.

   L’archeologo è un personaggio molto amato, e si capisce il perché. Ha dedicato il libro al padre, la madre e la moglie, e si dice orgoglioso delle origini contadine. Non solo, ma predilige il lavoro di gruppo: e che gruppo. Ha coinvolto sin dall’inizio Marco Cavalera (anch’egli laureato a Lecce in Conservazione dei Beni Culturali), che benché giovane (è dell’82), ormai è un’autorità nel campo della messapologia con numerose pubblicazioni nel c.v. , e di Anna Lucia Nicolì (laurea in Lingue e Letterature Straniere a Lecce, ricerche in Francia e Germania), che firma un intrigante saggio dal titolo “Studio etimologico della toponomastica rurale del territorio di Salve” spiegando la derivazione dei toponimi: nomi di famiglia, Santi, morfologia del territorio, flora, fauna, oggetti, centurioni romani, ecc.

   Il libro è suddiviso in capitoli dove si affrontano gli argomenti, con dovizia di dettagli, intrecciando i vari livelli e dando vita in tal modo a un pathos che lo rende intrigante come un romanzo, una spy-story che ricompone in modo organico i frammenti di un’identità sospettata e vagheggiata, ma in attesa di essere ricomposta come un puzzle magico che prende vita pagina dopo pagina. Nulla è sfuggito allo scandaglio degli studiosi, che hanno contestualizzato ogni aspetto di una storia affascinante relazionandolo l’uno all’altro. Il racconto muove dai primi segni di vita documentati nei 32 km. quadrati del territorio salvese: dal Pleistocene (1.800mila anni fa), al Paleolitico medio (60-50mila), dall’Uomo di Neanderthal all’Homo Sapiens e poi Sapiens Sapiens, giungendo sino all’annientamento dei Messapi (267-266 a. C.) brevi manu dei Romani bramosi di uno sbocco nel Mediterraneo per la loro politica espansionistica e commerciale (II secolo a. C.). La narrazione ha una struttura piana, non dà mai nulla per scontato,  supporta ogni tesi e procede contaminando il livello monumentale con quello documentale ed entrambi con le fonti orali. Un modo nuovo e intrigante di fare Storia che fruga nelle interfacce del reale, può essere surrogato a valore di archetipo e che solo studiosi del XXI secolo, l’epoca del byte, possono vantare. Grotte, dolmen, tumuli, tombe, monete, corsi d’acqua, reperti fossili e materiale litico, flora e fauna, usi e costumi, riti e miti, leggende (la Città di Cassandra), economia micro, meso, macro, epigrafi, spiritualità: tutto è posto in una luce dialettica che lo fa interagire con una vividità che lo riporta a nuova vita grazie a una rigorosa scannerizzazione scientifica che mai si fa vuota accademia.          

   Un lavoro serio, puntiglioso, analitico, possente, che consegna questa comunità  al novero esiguo di quelle più indagate grazie ai suoi valenti studiosi e Febbraro con la sua équipe - seguaci della scuola di pensiero “a mie me puzza de vecchiu” (Mi sà tanto di antico) - alla Storia. Le istituzioni dovrebbero valorizzare in maniera sistemica questa nuova generazione di studiosi: il volontariato e la passione possono essere un input, ma la ricerca e la storiografia hanno bisogno di un sostegno strutturale per dare al mondo risultati eccellenti come questo. Se il presente affanna tra default e cigni neri, il passato è vivo, può destare interesse e creare lavoro. Notizie sul sito: www.associazionearches.it (info: +39-327/6945948-327/8410214).    

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