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Mercoledì 07 Settembre 2011 22:46

“Una sfortunata mattina di mezza estate”

Scritto da Francesco Greco
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Non smettete di fumare

l’incubo è dietro l’angolo

 

   Smettere di fumare? E’ facile, basta volerlo, ma può rivelarsi fatale. Se decidete di “interrompere gli accoppiamenti frettolosi e insoddisfacenti con la Divina Nicotina”, attenti a dove buttate l’ultima cicca: se il diavolo ci mette bocca, può cominciare un lungo incubo da cui uscirete sconvolti, tanto da pentirvene amaramente di aver optato per la scelta salutista e sarete tentati di riprendere a fumare trasfigurando il vizio in una sorta di amuleto che se non giova alla salute quanto meno tiene lontano le rogne legali (e non sdruma di brutto le vostre carte di credito in spese legali e altre rotture)...

   Come accade in “Una sfortunata mattina di mezza estate”, di Will Self, Fanucci Editore, 2011, pp. 352, € 10 (Collana Vintage, traduzione con mano sicura, dall’inglese, di Olivia Crosio). A Vance, paradiso (artificiale) delle ex colonie britanniche, continente-isola dove pascolano gli auraca (curiosi animali simili al lama, forse Ogm nati da traffici genetici: sodali della pecora Dolly) e i moa (uccelli grandi ma che non volano), circondato dal deserto e la boscaglia abitati da etnie del passato ma ben edotte sul funzionamento del mondo postmoderno, e soprattutto sul valore dei suoi feticci (le Mastercard e i dollari fruscianti, per dire). Ingannato dallo spot dove i modelli sorridono al “ciak!” del regista, Tom Brodzinski (alter ego di Self) ci arriva con Martha la moglie in carriera, un tantino paranoica, maniaca delle docce e sempre pronta a “metterlo in riga” e la numerosa prole: la figlia adolescente Dixie un po’ schizzata, due gemelli e un altro, Tom Junior, adottato, il “viso pingue”, sempre attaccato alla consolle dei game-boy, uno di quei bambini, come dire, perniciosi: figli del proprio tempo, posseduti dal dèmome consumistico.

   Tre settimane che gli cambieranno la vita dopo aver messo a dura prova la sua formazione culturale ultra-positivista, tecnologico-scientifica in termini strutturali, perfettamente allineata ai parametri culturali del XXI secolo. Tra consoli onorari forse autorefenziati e avvocati che si danno di gomito con procuratori da “Starsky e Hutch” e preferiscono l’onorario “brevi manu” (proprio come in Occidente, mavà!) e intanto sgommano su Suv pacchiani, il povero Tom “scopre” il relativismo dei suoi archetipi culturali, una giustizia che risente del luogo dove la rappresentazione va in onda, condizionata da suggestioni e superstizioni tipiche dei clan tribali e che pure Tom deliberatamente ignora sublimando la disavventura giudiziaria in uno scontro di civiltà.

   Tutto muove dall’infausta decisione di chiudere una volta per tutte col “vizio”, suggestionato dai cartelli del sindaco che minaccia sfracelli a ogni angolo di questo atollo che dal proprio salotto e dal mouse pare incontaminato e puro, ma invece… L’ultima cicca finisce sul parrucchino di un “lucido artificiale” di Reginald Lincoln Terzo, ricco pensionato, “anglo” anche lui, mentre controlla le azioni sul WSJ e che alloggia anche lui al “Mimosa”, pratico di turismo sessuale (che pure regge o quasi l’economia della stralunata location tropicale), tanto da accompagnarsi a una splendida indigena, Atalaya, a cui la mamma ha detto tutto, e infatti s’è fatta sposare dal nonno e aspetta ansiosa di passare alla cassa. Un gesto altrove innocente, da quelle parti, dove le indigene, belle come quelle dipinte da Gaugain, fanno le ragazze alla pari e l’élite è rappresentata da discendenti dei tempi delle colonie, è scambiato, complice il fondamentalismo del sindaco nel combattere il fumo, per un agguato.

   Will (William) Self è un 50enne londinese che ambienta romanzi grotteschi in luoghi surreali e allucinati. Proviene dal giornalismo (“Observer”, “Independent”, “New Statesman”), e si vede tanto è essenziale e glabra la prosa, che corre via veloce senza impacci, nè un aggettivo o un avverbio di troppo, indugiando però, come farebbe un Bruce Chatwin o anche Hemingway, nella descrizione delle location dove Tom si aggira come un alieno, novello Alice nel Paese delle (presunte) meraviglie del turismo di massa, ignorando che a certi meridiani e paralleli, magari solo per gli “anglo”, buttare un mozzicone equivale - per un’etica tribale non scritta e dettata da superstizioni rette da un’avidità più che venale - a un tentato omicidio e la moglie indigena con i “capezzoli lunghi e bruni” di un riccastro “prugna secca” su cui è caduto diventa un barracuda che s’attaccherà al vostro conto in banca succhiandolo senza requie sino alla consunzione. Pagina dopo pagina ci si aspetta che Tom imbracci un fucile e faccia una strage, sarebbe un sacco yankee, o wasp, ma è britannico, vive il tutto con disincantato aplomb.  

   Ma c’è una doppia morale anche per noi occidentali e le nostre certezze che diciamo granitiche: l’umanità può essere afferrata da un giorno all’altro da una sorta di “cuore di tenebra”, un livello antropologico che non sospettiamo (non è successo l’11/09/01?), blindati nelle metropoli dove la solitudine regna assoluta e la sola socialità che ci è concessa è data dalle fregnacce che spariamo su Facebook. E anche per i turisti “intelligenti” ma ingenui del 3° Millennio, sempre a caccia di posti esotici, esclusivi: leggere bene i siti che li propongono per non ritrovarsi – la modernità si regge anche sull’impostura, oltre che l’usura - in un ostello per miserabili, alle prese con una giustizia parodistica, da pessima soap, a farsi uno canna e lottare con i pidocchi.

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