Esce da dentro il corpo il dèmone,
da dentro il corpo si protendono
tentacoli e uncini verso l'altro corpo
per suggere gli sguardi, per cingere
le membra, per estrarre le viscere;
sporgono i dotti della saliva,
del sudore, dello sperma,
canali da cui stillano i liquidi vaginali,
perché afferrino le chele, funzionino
le articolazioni, s'incastrino come ingranaggi
gli spaiati, i corpi altrimenti solitari.
Ed è proprio lo stesso corpo
che nutre altri corpi, che li salva, ridà loro vita,
altri li risucchia, li aspira, li prosciuga
altri li incendia come bocca di fuoco
incenerendo carne e ossa
ma senza annientare fantasie e ricordi.
Dalla cenere dei corpi
sorge di nuovo il dèmone
come lo hanno raffigurato gli artisti
in chiese mezzo abbandonate,
il dèmone con zampe di caprone
lingua biforcuta, occhi infuocati,
coda di serpente, il membro
mostruosamente gonfio ma liscio,
senza sesso, l'androgino
acquattato dentro noi tutti,
il cane schiacciato sull'asfalto
con la lingua pendula insanguinato
come un pene rosso che ha appena eiaculato
con il ventre aperto e bollente,
fremente come una vulva insaziabile.
A volte può balzare fuori da noi
uscire dalla bocca coi baci, le parole,
il cibo, le grida di dolore e di piacere
il dèmone che ci portiamo dentro sempre
in una gestazione infinita e breve
come la nostra vita.
A un certo punto anche il dèmone
può liberarsi da noi.
Titos Patrikios, Il dèmone






























