Ero rientrato a casa carico di buste della spesa, troppo tardi per poter vedere le trasmissioni televisive di RaiUSA, che trasmetteva nell’area di New York dalle 18 alle19:30, quindi nulla sapevo dell’accaduto. Fui sorpreso di trovare sul pianerottolo il collega, molto turbato e con la moglie accanto, attaccata alla spalla del marito quasi in un bisogno di protezione. “Sai, hanno fatto saltare in aria Giovanni Falcone”, mi investì con le sue parole accorate, “adesso veramente è finita, hanno vinto loro”. Cercai di connettere le idee, di riflettere rapidamente, di sfamare il mio bisogno di informazione attingendo alle poche e frammentarie notizie che il connazionale possedeva. Oggi forse è un po’ diverso, l’informazione ha dappertutto i suoi rubinetti che puoi aprire a piacimento; ma in quegli anni, senza i mezzi di comunicazione di oggi, vivere all’estero voleva dire vivere un senso di separatezza dalle vicende, dalla vita reale del tuo Paese, senza peraltro capire pienamente quel che succedeva. Tanto è vero che quando un po’ di mesi dopo rientrai in Italia, in piena tangentopoli, compresi come in solo un paio d’anni fosse cambiato tanto nel costume, nell’espressione e financo nei linguaggi dell’informazione. Ma in quel lontano 23 maggio mi sentii un gran vuoto dentro. Hanno ucciso Giovanni Falcone. Ma chi? Come è potuto succedere? Accesi la televisione e feci una carrellata delle stazioni televisive: solo la CNN gli dedicò mezzo minuto in una feroce successione mozzafiato di immagini drammatiche. Niente. Non avrei avuto possibilità di leggere alcunché fino all’indomani mattina quando avrei trovato in edicola “America Oggi”, il quotidiano italiano stampato a New York e che riportava molte notizie italiane con dovizia di particolari, visto che i quotidiani italiani nelle edicole erano sempre quelli del giorno prima.
Decisi di uscire. A casa non resistevo. Mi incamminai con la testa confusa ed i pensieri che camminavano molto più velocemente di me. “Hanno vinto loro…” No, questo non potrà accadere!. Lo Stato, la Democrazia, non possono cedere alla mafia. Attraversai il Campus della Università Columbia dove ancora sostavano numerosi i gruppi di studenti, passai sotto la grande statua dell’Alma Mater e dopo un po’ sbucai su Broadway illuminata delle luci della sera ormai calata. Un po’ di pioggia era caduta e rendeva tutto quasi scintillante. Luci gialle e rosse ed insegne a neon dilaniavano il buio della sera. Gli "yellow cabs", i taxi newyorkesi, si rincorrevano lungo Broadway fino al semaforo successivo, per riprendere la loro corsa non appena la luce verde dava il via libera. Quella moltitudine di taxi che riempiono le strade cittadine formava delle scie gialle e rosse che coloravano in modo assolutamente unico i viali. Qui, in un Paese lontano e ben sveglio, mentre il mio cercava il suo sonno notturno attanagliato da un dolore sordo per un evento così tragico.
Questi i pensieri di quel lontano giorno. Oggi, a distanza di tanto tempo l’immagine di quell’uomo, l’eredità ideale di quel Giudice, non sono affatto sbiaditi. Può sbiadire il ricordo delle sensazioni, specie quelle legate ad un dolore o ad un’angoscia, come quello del 23 maggio di 18 anni fa. Le idee, per fortuna, non appassiscono, in un mondo che ne ha tanto bisogno… almeno per chi riesce a toccarle.
Vittorio Tassi






























